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L’Io sospeso. Arteterapia con rifugiati e migranti

JULIANE WEDELL

Introduzione

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In autunno 2020 ho partecipato al seminario “Periferie della Cura” con la dott.ssa Marie Rose Moro che ha fondato e dirige le consultazioni transculturali del Bambino e la sua Famiglia all’Ospedale Avicenne, a Bobigny (in provincia di Parigi) e all’ospedale Cochin (a Parigi).

Durante il seminario, M.R. Moro ha raccontato una storia proveniente dalla sua esperienza lavorativa. Secondo me dimostra molto bene quale impatto può avere il lavoro artistico in un contesto transculturale in cui la comunicazione del linguaggio verbale fallisce.

Siamo al consultorio per migranti dell’ospedale Avicenne di Bobigny di Parigi, una clinica specializzata nel sostegno alle famiglie di migranti. Un giorno arriva una famiglia proveniente dallo Sri Lanka, composta da un padre, una madre e un figlio. La famiglia appartiene al gruppo etnico dei Tamil.

In Sri Lanka il padre è stato perseguitato e ha subito torture a causa della sua etnia. Insieme alla sua compagna decide di fuggire. Una volta arrivati in Francia si sposano e poco dopo nasce il figlio. Da quando è arrivato, il padre ha smesso di parlare nella sua lingua madre- il tamil. Con la moglie e anche con il figlio parla solo in inglese. Il figlio si sviluppa normalmente, quando inizia però la scuola all’improvviso diventa muto. Non parla più al mondo esterno, sviluppa un mutismo extrafamiliare. Il problema persiste, quindi il bambino viene portato in neuropediatria dove

segnalano un problema collegato a tutta la famiglia. Il fatto fa arrabbiare il padre, che è molto collerico. A Bobigny il padre non accetta la mediazione in tamil. Non vuole raccontare la storia del suo passato. Secondo lui il mutismo del figlio sarebbe un problema patologico.

La madre invece racconta la storia della famiglia in lingua tamil. Mentre lei parla, il figlio è muto e inizia a disegnare. Il bambino fa disegni dell’universo, di una casa, un albero, la madre. Assomiglia tutto a uno Sri Lanka immaginario. I disegni sono belli e precisi e mostrano un paese che lui non ha conosciuto.

Sembrano invece le immagini rinchiuse dentro il padre. Quando disegna una sorta di scopetta di bambù, quest’ultimo all’improvviso si commuove. Percependo la sua eccitazione interiore, la dottoressa chiede il significato della scopetta. Lui risponde che non si tratta di una scopetta, ma di un oggetto tradizionale che viene usato dagli anziani per certi riti.

Grazie ai disegni del figlio, il padre piano piano si apre e riesce a ricostruire un legame con le sue radici che sono anche quelle del figlio. Un dialogo diventa possibile. Più avanti durante la terapia il padre riuscirà a riprendere l’uso della sua lingua. Parlerà in tamil con il figlio, il figlio risponderà in francese e riprenderà a parlare.

Questo racconto parla del lavoro terapeutico con una persona traumatizzata le cui condizioni mettevano a rischio il benessere dell’intera famiglia. La persona che appartiene alla cultura tamil non riesce più a connettersi con le sue origini perché ha subito dei traumi nel paese di provenienza. Nel contesto terapeutico il disegno diventa lo strumento per riaprire un dialogo che lentamente permette di ricostruire una narrazione della storia di famiglia che riguarda il passato del padre.

Io lavoro da tanti anni come operatrice sociale nell’ambito dell’accoglienza con rifugiati e migranti. L’accoglienza è una fase particolarmente delicata nella vita di rifugiati per motivi che spiegherò più avanti. Nel corso degli anni ho potuto conoscere meglio la fragilità delle persone con cui lavoro. Essendo anche un’artista ho proposto in passato diversi laboratori artistici e ho potuto osservare l’effetto positivo del “fare artistico” sugli utenti. Mentre l’artista lavora per creare un’opera d’arte, ho sperimentato l’effetto curativo del processo creativo in sé. Il desiderio di approfondire questa esperienza e la necessità di migliorare le mie capacità nel lavorare con persone traumatizzate e con vulnerabilità particolari mi ha portato alla formazione di Arteterapia.

I disegni e le foto della prima parte della mia tesi provengono da laboratori degli anni precedenti. (2016 – 2018)

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Laboratorio “Cartoline dal mondo”, 2017

In questa tesi mi baserò in particolare sull’esperienza di due laboratori di arteterapia realizzati negli anni 2021-2022. La prima esperienza è un laboratorio individuale con una ragazza di 13 anni che soffre di una malattia che la fa perdere la vista. La ragazza e la sua famiglia sono profughi di guerra e abitano in un centro di accoglienza. Il laboratorio ha avuto una durata di 9 mesi.

La seconda esperienza è un laboratorio con un gruppo di 4 uomini, ospiti di un centro di accoglienza per adulti singoli. Il laboratorio ha avuto una durata di un mese e mezzo, e nonostante il breve tempo ha ottenuto dei risultati molto interessanti che vorrei condividere.
Prima di entrare nell’esperienza specifica, spiegherò la procedura della richiesta asilo e del sistema di accoglienza in Italia. Parlerò anche delle caratteristiche specifiche del lavoro di accoglienza e dell’utenza stessa.
Per comprendere le sofferenze di rifugiati e migranti è fondamentale conoscere il funzionamento del sistema legale relativo alla richiesta asilo, che spesso è collegato direttamente alla loro destabilizzazione psichica-emotiva.

In questa tesi userò le parole “migranti” e “rifugiati” per motivi di migliore leggibilità del testo. Però ci tengo a dire che rifugiati, richiedenti asilo e migranti sono PERSONE in fase di migrazione. Queste persone hanno una storia pre e post migratoria. La migrazione è una fase transitoria nella loro vita.