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Il corpo nella Psicoterapia centrata sulla persona

Terza parte

Il corpo in psicoterapia

Mi accorgo talvolta durante le sedute di trovarmi in difetto di quel grado altissimo di qualità di presenza che richiede una relazione d’aiuto realmente “centrata sulla persona”.
Sono momenti questi in cui più profondamente mi pare di prendere coscienza della complessità e della difficoltà di un modo di lavorare basato sulla comprensione empatica piuttosto che sulle spiegazioni e sulla diagnosi, sulla reale e piena fiducia nelle risorse di autoregolazione e nella spinta alla autorealizzazione presente in ogni persona, sul rispetto profondo e autentico del modo che ciascun essere umano trova per stare al mondo e per gestirne la complessità, un modo che fa affidamento prima di tutto sulla relazione come fattore terapeutico e che intende la facilitazione del cambiamento come la modalità più efficace di porsi in quanto professionista di una relazione di aiuto.
Mi rendo allora conto di come ricorrere a delle tecniche, o anche solamente mettere in primo piano una qualsiasi mappa psicologica o psicopatologica invece che il mondo soggettivo della persona che ho di fronte, rappresenti in certi momenti una tentazione tanto forte quanto effimera e alla lunga inefficace.
In questi casi diventa per me di fondamentale importanza centrarmi più pienamente e profondamente su me stesso, rendendomi al tempo stesso più cosciente e più distaccato dai miei stati interni (viscerali, corporei, emozionali, cognitivi), predispormi ad un atteggiamento che escluda qualsiasi forma di bisogno da parte mia che il cliente cambi più rapidamente o “meglio” e rendere disponibile tutto il mio intero organismo ad una profonda sintonizzazione con il cliente. 

In particolare questa sintonizzazione, soprattutto nelle circostanze in cui mi sembra di funzionare al meglio come facilitatore, mi pare implicarmi in un modo così globale che mi risulta difficile definire in modo separato le diverse componenti (emotive, cognitive, corporee). Esse sono infatti presenti contemporaneamente e in modo integrato e lo sono in un modo tale che possono alternativamente o simultaneamente presentarsi in modo più esplicito alla mia coscienza e alla mia attenzione, oppure rimanere per così dire silenti, seppure in qualche modo disponibili.
In quei momenti mi pare di potermi in qualche modo riconoscere in quella descrizione che Carl Rogers ha dato dei suoi migliori momenti di facilitazione di gruppi o singoli clienti: “Noto che quando sono più vicino al mio Sé interiore e intuitivo, quando sono in qualche modo in contatto con l’ignoto in me, quando sono forse in uno stato di coscienza lievemente alterata, allora tutto ciò che faccio sembra possedere un’intima qualità curativa. Allora, la mia semplice presenza è liberante e utile per l’altro”.

In quei momenti i miei interventi possono essere principalmente centrati sul canale verbale oppure su quello corporeo.

DS è un uomo di 50 anni. È venuto da me circa un anno fa perché aveva paura di stare male come in passato, quando l’ansia era diventata intollerabile e i pensieri persecutori molto invalidanti. Ha già fatto una psicoterapia che ha però interrotto perché si sentiva non compreso e giudicato.
I genitori sono stati entrambi estremamente disconfermanti e controllanti. Il padre in particolare, morto da circa due anni, ha sempre avuto con lui atteggiamenti sprezzanti e svalutanti, trasmettendogli l’idea di non essere in grado di affrontare la vita. DS vive con la madre, con la quale ha un rapporto molto conflittuale e tormentato, caratterizzato da una intensa rabbia repressa e da forti sensi di colpa.
Nonostante importanti miglioramenti nel suo umore e nella stabilità emotiva, la sua apertura all’esperienza nella vita è ancora decisamente limitata: ogni ipotesi di attività al di fuori del lavoro e dell’uso del computer continua ad essere difficilmente affrontabile.

Alterna momenti di profondo contatto con le sue emozioni ad altri in cui entra in un circolo vizioso di intellettualizzazioni e di ansia crescente.
In questo periodo si sta permettendo di contattare le emozioni legate alle vessazioni subite da parte del padre, sino ad ora escluse dalla consapevolezza e questo gli dà sia un senso di maggiore integrità sia di fragilità.

Inizia la seduta raccontandomi con molti dettagli di come un servizio in televisione sulla cattura di un boss mafioso lo abbia profondamente colpito e messo in una condizione di ansia e tristezza.
Io mi limito inizialmente ad accompagnare il suo racconto con puntuali rimandi empatici che sostengono la narrazione e incoraggiano ad approfondirla.

DS: “…ho avuto la stessa sensazione di paura, di abbandono che avevo provato tanto tempo fa… mi ha molto colpito… è strano… non so perché… mi veniva da piangere… non ho mai provato questa sensazione. Forse mi viene in mente mio padre… però non so… sembrava che quell’uomo fosse cattivo, si vedevano le immagini dei poliziotti felici e anche la giornalista in televisione diceva che era un uomo crudele che aveva uccise tante persone… però sicuramente lui aveva molte persone che gli volevano bene, tante persone che aveva aiutato, a cui aveva trovato lavoro e cose così… e allora penso a mio padre, che faceva quelle cose… magari anche lui pensava di aiutarmi, pensava che da solo non potevo farcela… però non lo so… magari non c’entra niente…”

DS dice queste cose gesticolando e facendo dei profondi sospiri. Ho la percezione che stia esplorando un insieme di sensazioni, emozioni e pensieri complessi e profondi, che sente importanti e pericolosi al tempo stesso.
Credo stia contattando sia le emozioni connesse al vissuto di essere stato perseguitato così a lungo da “un padre crudele”, sia il suo affetto per lui, sia la paura di prendere pienamente contatto con le emozioni di risentimento e di rabbia.
Prima che cambi rapidamente discorso, come spesso fa nei momenti di maggiore tensione, addentrandosi in qualche ragionamento tanto meticoloso quanto inconcludente, decido di invitarlo a mettersi in contatto con le sensazioni corporee

T: “come ti senti nel corpo mentre dici queste cose?”
DS mi guarda con uno sguardo interrogativo, quasi non capisse la domanda, poi sorride “normale…” dice e si agita un poco sulla poltrona. Noto che il suo respiro si fa più superficiale. Percepisco uno stato di tensione nel mio corpo, sento che anche il mio respiro si sta bloccando, mi permetto allora di autoregolare il mio stato mettendomi “comodo”: respiro profondamente e aggiusto la mia posizione sulla poltrona
T: “non è facile contattare queste emozioni e queste sensazioni”
DS: “si, non è facile …”
T: “hai voglia di provare a contattare le sensazioni che stanno emergendo nel corpo in questo momento?”
DS: “mi sento normale… bene… si, insomma… normale…”
ride nervosamente e rimane in silenzio per circa un minuto
“credo che ci sia qualcosa di difficile qui… però mi piacerebbe fare come abbiamo fatto altre volte, entrare in contatto con quella parte che mi fa stare male… però non saprei come fare”

T: “c’è una parte che ti fa stare male, che vuoi contattare, anche se è difficile”
DS: “si… si nasconde… non so niente di questa parte”
T: “si nasconde… e pure altre volte l’hai contattata…”
DS: “si…”
T: “vorresti esplorare queste emozioni e ti chiedi che cosa potrebbe saltare fuori questa volta, forse qualcosa di pericoloso”
DS: “…rabbia… c’è rabbia”
T: “rabbia…”
DS: “si… non solo quello però… c’è sicuramente rabbia e anche… qualcos’altro che sta insieme…”
T: “qualcosa che si mischia con la rabbia”
DS: “si… a volte sento che potrei piangere… ma io non voglio piangere”
T: “non voglio piangere!”
DS: “No… però sento che questo non va bene… forse sarebbe meglio che mi sfogassi… però sento che quella parte lì mi dice di non farlo”

DS si dilunga in una descrizione piuttosto intellettualizzata di diverse emozioni che lo attraversano e che combattono tra di loro per avere il sopravvento. Ripete che sente l’impulso di piangere ma qualcosa non glielo permette

T: “e se piangi che cosa succede?”
DS abbassa la testa e sembra intensamente concentrato ad ascoltare le proprie sensazioni
“è difficile… che cosa succede? niente succede…”

A questo punto è in corso in DS una lotta tra le parti che spingono per far accedere alla coscienza le percezioni relative al conflitto di cui sta parlando e quelle che le bloccano “è come se ci fosse una fortezza dentro di me… e se piango viene espugnata…”

T: “se piango la fortezza crolla”
DS: “non crolla, viene conquistata” dice e descrive con molti particolari com’è fatta la fortezza e dei pericoli di una sua conquista. È molto concentrato, respira profondamente.
T: “e dentro la fortezza c’è una parte di te”
DS. “proprio così… una parte che se le mura crollano muore… però mi fa paura andare a vedere dentro”
T: “c’è qualcosa di pericoloso… e di delicato, bisogna avvicinarsi con cautela”
DS: “si… avvicinarsi con cautela” e protende le mani e il corpo davanti a sé lentamente come per raggiungere qualcosa
T: “se fosse qui davanti a te come ti avvicineresti? Te la senti di esplorare questo?”
DS: “si” dice prontamente e si alza in piedi

Invito DS a mettersi in contatto con le sensazioni che provengono dal corpo, a lasciar andare il respiro in modo più libero e a sentire il contatto dei piedi a terra.
Dice che ora ha la chiara percezione della fortezza di fronte a sé e che vorrebbe romperla, distruggerla e accompagna queste parole con un gesto ampio della mano e del braccio, come a spazzare via la fortezza, ma senza una precisa direzione nello spazio.
Lo invito allora a ripetere il gesto rivolgendosi in modo più chiaro e definito verso la fortezza. Dopo che ha ripetuto alcune volte il gesto, con una intensità e precisione crescente, dico: “sono D e voglio distruggerla!”
DS ripete il gesto e la frase con un filo di voce e poi soffia fuori tutta l’aria e scuote la testa
“non ce la faccio…”
ma subito dopo ripete ancora il gesto e la frase, con grande sforzo e con crescente intensità
“è difficile, mi manca la forza”

Lo invito nuovamente a percepire il contatto dei piedi a terra e a prendere forza da lì, rimanendo in ascolto delle sue sensazioni e seguendo quello che è per lui buono momento per momento.
Ripete ancora gesto e frase, in modo sempre più deciso.
“Mi sento debole” dice poi con le braccia e le spalle cadenti e subito dopo: “vorrei dargli un pugno, ma ho paura di rompere qualcosa”.
Di fronte a noi c’è un divano su cui appoggio alcuni cuscini e gli chiedo se ha voglia di dare realmente un pugno, senza rompere niente e senza farsi male.
Accetta subito e inizia a colpire i cuscini.
Lo accompagno quindi in un breve ma molto intenso momento, in cui colpisce con sempre più forza i cuscini.
Accompagnato e incoraggiato da me, si permette di lasciare uscire dei suoni, prima più deboli e inarticolati, poi più forti e infine grida: “vaffanculo!” e crolla disteso sul divano.
Mi siedo accanto lui, accompagnandolo nella fase di recupero.
Il respiro si fa gradualmente più regolare e il corpo lentamente rilascia le tensioni. È la curva energetica che passa dalla massima attivazione del sistema nervoso simpatico al parasimpatico.

DS apre gli occhi e mi guarda “mi sento meglio… mi fa male la mano ma mi sento meglio…”
T: “a parte il dolore alla mano, come ti senti nel corpo?”
DS: “sento una apertura qui” indica la zona del petto dal diaframma alla gola “una apertura luminosa che mi fa sentire bene, mi dà piacere… mi sto riprendendo dallo sforzo, sto recuperando le forze”
T: “cos’hai provato mentre davi i pugni?”
DS: “mi sentivo intero… sentivo rabbia, ma soprattutto la forza di poter decidere”
T: “la forza di poter decidere… di poter far cadere le mura della fortezza e decidere se essere arrabbiato, piangere o qualsiasi altra cosa senti”
DS: “si… è così…”

Possiamo considerare il corpo in psicoterapia come un intruso, come un ospite o come un soggetto.

In un paradigma riduzionistico e meccanicistico il corpo in psicoterapia è senza dubbio un intruso. Questo paradigma si basa infatti sulla premessa della maggior differenziazione e separazione possibile tra ambiti e livelli diversi e quindi senz’altro tra mente e corpo.
Come nell’approccio biomedico le emozioni del medico e del paziente non hanno una loro legittima collocazione e riconoscimento, così nella terapia della psiche il corpo diventa al massimo un oggetto di attenzione, diventa il contenitore della mente, l’involucro da cui derivano stimoli e pulsioni viscerali incomprensibili e incontrollabili se non portandoli al vaglio e sotto il controllo della razionalità o interpretandoli secondo significati simbolici.
Il corpo può allora diventare ospite, là dove come terapeuta sono costretto a prendere atto di non poterlo tenere fuori dalla porta, poiché i suoi stati influenzano la psiche dei miei pazienti/clienti (e magari perché mi accorgo che altrimenti rimangono essi stessi –i pazienti/clienti- fuori dalla porta). In quanto ospite me ne interesso come sostanzialmente un estraneo, uno straniero del quale tradurre il linguaggio oscuro e incomprensibile.
Oppure, in quanto ospite gradito, mi rivolgo ad esso come il mio (o tuo, o suo) corpo, indico la terapia come un lavoro sul corpo, mi occupo delle interazioni tra mente e corpo e di malattie psico-somatiche (ma non sono forse tutte le malattie “psicosomatiche”, nel senso che esprimono una disfunzionalità e una sofferenza della persona globale)?
Si pone allora la questione di come accogliere nella pratica concreta del lavoro terapeutico questo soggetto complesso, che risponda più al concetto di Leib (“corpo vivente”) che di Korper (corpo fisico inanimato), seguendo la distinzione di Edmund Husserl.

Tutti i possibili interventi centrati sul corpo acquistano infatti diverso significato a seconda di quale sia il paradigma complessivo di riferimento, cioè la cornice all’interno della quale si colloca la visione del terapeuta della natura umana e la sua concezione del cambiamento e quindi quale sia il suo atteggiamento relazionale complessivo: quello che risulta decisivo è infatti, al di là delle specifiche metodologie, esserci come persona globale in relazione con un’altra persona globale.

Vorrei anche sottolineare come le varie scuole di psicoterapia corporea hanno generalmente portato la prevalente attenzione alla dimensione “strutturale” e/o simbolica del corpo, a discapito della valorizzazione del movimento espressivo, spontaneo e creativo, componente che a me sembra invece di fondamentale importanza per la salute e il benessere degli esseri umani.
Kestenberg ad esempio, riprendendo e approfondendo il lavoro di Laban, evidenzia la fondamentale relazione fra le funzioni motorie e quelle psichiche, in particolare fra specifici schemi e ritmi motori che hanno inizio fin dalla nascita, e che accompagnano particolari momenti dello sviluppo del bambino. Kestenberg considera gli schemi motori di base e le funzioni psichiche come interdipendenti e in reciproca influenza. Ad esempio, osservando il flusso della forma corporea presente sin dalla nascita, che si allarga e si restringe, si allunga e si accorcia, protrude e si ritrae, sostiene che questo movimento ritmato rappresenti un sistema di autoregolazione primario del sé.

SA è una donna di 35 anni. Viene in terapia da circa sei mesi, arrivata dopo che si era conclusa l’ennesima relazione con un uomo, secondo un copione che sembra prestabilito, dove lui è l’uomo tenebroso, misterioso e sfuggente e lei la damigella sensibile che dovrebbe cambiarlo e che alla fine viene abbandonata.

Mentre entriamo nello studio scherziamo un poco sul fatto che arrivi sempre in anticipo. Anche dopo che ci siamo seduti, SA continua il suo discorso riflettendo sul fatto che le piacerebbe gestire il suo tempo in modo più rilassato, ma proprio non ci riesce “è più forte di me”.
Da qui inizia a raccontare di come la gran parte della sua vita sia caratterizzata da un senso del dovere e il fatto di avere del tempo libero le mette grande ansia, tanto che deve riempirlo immediatamente, anche se poi non riesce né a godersi quello che sta facendo né ad essere efficace perché ossessionata dal pensiero di quello che dovrebbe fare.
La ascolto e la accompagno con puntuali rimandi empatici e rimango io stesso meravigliato di come rapidamente il flusso del suo discorso diventi più profondo e centrato su tematiche relative al nucleo del sé.

Dice: “se mi fermo mi sento come se le pareti della stanza si chiudessero su di me e mi soffocassero” e accompagna la frase con un eloquente gesto che sottolinea il senso di soffocamento.
“…Si chiudessero e mi soffocassero…” dico, reiterando sia le parole che il gesto.
SA guarda quindi prima le mie mani e poi le sue, lei stessa sorpresa di un gesto di cui non si era resa conto e rimane per qualche istante in silenzio, sospesa, come esplorando qualche sensazione.
Allora la invito a ripetere sia le “parole chiave”: “si chiudono e mi soffocano”, sia il gesto. Gradualmente emerge un vissuto di agitazione e di insofferenza che lei stessa non si spiega. Dice: “mi sento le gambe irrequiete, come se non potessero stare sedute”.

Le chiedo se sarebbe per lei buono alzarsi in piedi. Assente e si alza. Si guarda intorno stranita, come se vedesse tutto per la prima volta.
Mi alzo anche io e noto che il suo respiro si è fatto estremamente superficiale e che anche il mio tende ad affievolirsi, allora faccio io per primo un respiro profondo e poi le chiedo se potrebbe essere una buona idea permettersi di respirare più liberamente, cosa che subito fa.
Vedo che cambia l’espressione del suo volto e soprattutto dei suoi occhi, che si fanno più espressivi e carichi di emozione. Mi pare che barcolli leggermente, penso che una maggiore vicinanza tra noi potrebbe aiutarla ad esprimere i suoi vissuti e glielo domando. Mi dice che no, per il momento preferisce che rimaniamo a quella distanza.

Dopo alcuni passaggi dedicati ad accompagnarla in un processo di maggior autoregolazione e in particolare di regolazione prossemica della distanza tra noi, la invito ad ascoltare dentro di sé che cosa sente che sarebbe per lei buono fare in quel momento.
Dice che vorrebbe gridare ma “qualcosa” glielo impedisce e ripete un gesto molto simile a quello di prima.
Rimanendo in piedi di fronte a lei riprendo allora ad accompagnare la sua esplorazione con rimandi empatici, fino a quando mi dice che ha l’impressione che le gambe fatichino a reggerla, che ha corso troppo nella sua vita e non ha mai potuto appoggiarsi a qualcuno.

“Sono stanca e ancora una volta non c’è nessuno a cui potermi appoggiare” dico prestando la mia voce alle sue sensazioni.
“Proprio così…”, risponde lei. 
A questo punto l’intensità emotiva è molto alta e anche la connessione e la sintonizzazione tra noi.

Inizia un movimento ondulatorio con tutto il corpo, una specie di barcollare, in cui però non percepisco la perdita di controllo e il rischio di cadere a terra, ma piuttosto una ricerca di equilibrio e una esplorazione del dolore per doversi ancora una volta reggere da sola.
La incoraggio a proseguire in questa esplorazione, fino a quando sente che è per lei tollerabile. Dopo qualche minuto dice “basta così” e mi chiede se può appoggiarsi a me.
Le offro allora il contatto della mia schiena, alla quale lei si appoggia con la propria, cedendo finalmente il suo peso a qualcuno di sufficientemente affidabile e rispettoso e permettendosi un profondo seppure quasi silenzioso pianto.

Nota bene: il coinvolgimento attivo del corpo e in particolare il contatto corporeo rappresenta una opportunità da valutare sempre con estrema cautela, per i suoi significati emozionali e simbolici e per le dinamiche psicofisiologiche che può attivare.
Questo genere di cautela, che si sostanzia ad esempio in un contatto sempre offerto e mai agito di propria iniziativa senza una verifica esplicita dei vissuti del cliente, è naturalmente molto più significativa nei casi di persone con esperienze traumatiche relazionali.
Questo è particolarmente vero nel lavoro con donne che abbiano subito violenza sessuale, soprattutto nel caso di terapeuti uomini. In questi casi infatti diventa centrale e di vitale importanza il tema dei confini, interpersonali e corporei, e quello concomitante della sicurezza e del controllo nella relazione.
Occorre grandissima attenzione ed esperienza per valutare se, come, quando e quanto poter intervenire con un contatto corporeo diretto con queste pazienti e quindi anche nei casi in cui l’abuso non sia un ricordo chiaro e certo, ma anche solamente una ipotesi nella mente del terapeuta.
Può infatti accadere che un semplice contatto di incoraggiamento o di amorevole e non ambiguo sostegno venga vissuto come estremamente positivo e al contempo sia come una minaccia di invasione sia come fonte di un piacere di cui avere enorme vergogna. Una tale carica emozionale può facilmente diventare insostenibile e portare quindi la persona fuori dalla finestra di tolleranza, fino ad esporla ad una disorganizzazione del sé, a fenomeni dissociativi e a vissuti di grande angoscia.

Conclusioni

Al di là della opportunità di un lavoro terapeutico che preveda un contatto fisico tra terapeuta e cliente, qualsiasi forma di lavoro corporeo in psicoterapia richiede grande cautela, sensibilità, esperienza e competenza.

Anche perché estranee alle abitudini e sensibilità generalmente diffuse nella nostra cultura, il contatto con le sensazioni viscerali, l’attenzione verso gesti, posture e stati energetici del corpo, l’attivazione muscolare vissuta nella dimensione della coscienza corporea e non del fare di un corpo-oggetto possono facilmente mobilizzare vissuti profondi e potenti che possono avere funzione terapeutica, agire cioè come promotori di cambiamento costruttivo, solo se possono essere contenute all’interno della coscienza.

Ci sono d’altronde esperienze che coinvolgono un livello psicofisiologico che esclude il coinvolgimento della corteccia e quindi la simbolizzazione consapevole e ciononostante possono essere integrate dalla coscienza (potremmo dire dalla coscienza corporea) e agire come fattori facilitanti la tendenza attualizzante organismica. Ci sono cose che fanno bene anche se non le capiamo e anche se non sappiamo perché.

Includere la dimensione corporea in psicoterapia non ha tanto a che fare con che cosa il terapeuta e il cliente fanno e non significa necessariamente che il terapeuta e/o il cliente facciano qualcosa con il corpo. Piuttosto, riguarda la capacità del terapeuta di rendere il proprio corpo e quello del cliente presenti, nel qui e ora della seduta.

Per fare questo con incisività ed efficacia e in modo rispettoso della libertà e autonomia del processo di autoregolazione del cliente occorre una corposa esperienza personale in questo tipo di lavoro e al contempo una strutturata integrazione dell’esperienza in un consapevole e coerente modello di intervento. Insomma: bisogna averne vissute parecchie letteralmente sulla propria pelle e anche avere le idee sufficientemente chiare su cosa fare, come e con quale finalità.