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Il corpo nella Psicoterapia centrata sulla persona

Seconda parte

Approcci olistici in evoluzione

Abbiamo oggi a disposizione una grande quantità di dati provenienti dalle ricerche neuroscientifiche e dalle ricerche ed esperienze cliniche che ci permettono di allargare in modo significativo gli orizzonti delle reciproche influenze tra soma, psiche e ambiente e dunque degli approcci psicoterapeutici.

In particolare, la scoperta dei neuroni specchio ha rappresentato un punto di svolta in questo ambito, offrendo la conoscenza delle basi fisiologiche dell’empatia: “non appena vediamo qualcuno compiere un atto o una catena di atti, i suoi movimenti, che lo voglia o meno, acquistano per noi un significato immediato; naturalmente vale anche l’inverso: ogni nostra azione assume un significato per chi la osserva. Il possesso del sistema dei neuroni specchio e la selettività delle loro risposte determinano così uno spazio d’azione condiviso, all’interno del quale ogni atto e ogni catena d’atti, nostri o altrui, appaiono immediatamente iscritti e compresi, senza che ciò richieda alcuna esplicita o deliberata operazione conoscitiva”.
Come ha sottolineato Vittorio Gallese, ci troviamo quindi come esseri umani in uno stato di consonanza intenzionale con altri esseri umani, nel senso che l’osservazione sia dei comportamenti che delle espressioni che denotano sensazioni ed emozioni negli altri acquistano per noi un significato prima di qualsiasi ragionamento e decodifica intenzionale e consapevole e questo significato è fin dal principio dotato di una propria intenzionalità e finalità.
Il modo in cui conosciamo dall’interno l’esperienza di un’altra persona è quindi basato su meccanismi fondamentalmente corporei.

Occorre comunque una certa cautela nel trarre delle conclusioni, soprattutto dal punto di vista clinico, a partire da queste scoperte, che sono in continua evoluzione e che necessitano di essere considerate in un’ottica di complessità, dove, ad esempio, si tengano in considerazione non solo i meccanismi di consonanza, e quindi di vicinanza e di connessione, ma anche quelli di differenziazione e separazione.

Molto interessante è anche la teoria polivagale di Stephen Porges, il quale integra il classico modello binario di ripartizione del sistema nervoso autonomo con un modello tripartito.
Secondo la visione neurofisiologica classica il SNA è suddivisibile in sistema simpatico e parasimpatico. Il sistema simpatico ha funzione attivante e catabolica (utilizzo dell’energia) ed è responsabile delle reazioni di attacco/fuga mediate da adrenalina e noradrenalina. Il sistema parasimpatico ha funzione anabolica (risparmio, o recupero di energia) e quindi riduce l’attivazione e facilita il riposo ed è connesso con i sistemi dell’attaccamento e della socializzazione.
Porges distingue invece tre differenti sistemi di regolazione emozionale, collegati a differenti sistemi neurofisiologici e differenti stadi di sviluppo filogenetico: il più recente è collegato con il nervo vago mielinizzato ed ha una funzione fondamentale nel modulare gli stati affettivi e il comportamento sociale (social engagement system). Si occupa della sintonizzazione relazionale face-to-face ed è il sistema al quale ricorriamo in condizioni generali di sicurezza. In una situazione di pericolo si attiva un secondo sistema che fa capo al sistema nervoso simpatico e che coinvolge l’attivazione principalmente dell’amigdala e dell’ipotalamo, con principale mediatore l’adrenalina. Siamo all’interno dei meccanismi attacco/fuga e quindi di evitamento attivo.
In caso di iperattivazione, episodica o cronica, l’organismo può avere reazioni disadattive, o nel senso di reazioni incontrollate e di panico oppure nel senso del congelamento ipertonico.
Infine, in caso di pericolo estremo, dove ci sia rischio di vita, viene attivato il sistema più antico filogeneticamente, collegato a livello anatomico con il nervo vago non mielinizzato. In queste situazioni l’organismo valuta che una reazione di attacco/fuga non sia praticabile e quindi “decide” per reazioni di evitamento passivo, di immobilismo. È questa una reazione estrema che può risultare adattiva in casi di estremo pericolo nel senso dell’ evitamento della fonte del pericolo (si pensi agli animali che si immobilizzano e non vengono più visti dai predatori, oppure non cacciati perché creduti morti), oppure nel senso di perdere la connessione con le sensazioni (sono preda dell’aggressore, ma non sento più niente), se invece non riesco a sottrarmi alla fonte di pericolo, si può creare quella situazione psicofisiologica caratteristica della situazioni post traumatiche, caratterizzata da una forte attivazione corporea che non ha potuto completarsi sul piano fisiologico e muscolare e quindi che diventa cronica, e al tempo stesso dalla disconnessione dell’ippocampo dall’amigdala, che “permette” di non percepire le emozioni connesse con l’evento traumatico.
Questo modello offre interessanti spunti di comprensione e di intervento terapeutico, in particolare in relazione alle forme di attivazione organismica e di regolazione emozionale, che si prestano molto bene ad una qualche forma di intervento centrato sul corpo.

Le ricerche sui meccanismi psico-fisiologici e corporei implicati nei traumi e disturbi post traumatici da stress offrono a loro volta ulteriori chiavi di lettura per comprendere la complessità dell’interazione tra il livello sociale e relazionale, quello psicologico, quello organico e fisiologico.
Sappiamo che i traumi hanno l’effetto di interrompere la connessione tra l’amigdala, responsabile di dare un “significato” emozionale alle percezioni provenienti direttamente dal talamo o dalla corteccia prefrontale, e l’ippocampo, sede della mappa cognitiva deputata alla costruzione dei ricordi. Conseguenza di questo è che gli eventi traumatici sono iscritti nel corpo ma non mentalizzabili e quindi non raccontabili.
Un approccio terapeutico che andasse a forzare in tale direzione sarebbe nella migliore delle ipotesi inefficace e nella peggiore rappresenterebbe una riedizione del trauma, la risoluzione del quale passa invece attraverso il ripristino e il completamento dell’azione fisiologica di risposta all’accadimento traumatico.

Pat Ogden ha elaborato un modello di intervento, definito modulation model, che utilizza il concetto di finestra di tolleranza. Nei casi di trauma, ma non solo, una delle principali problematiche è rappresentata da una disregolazione emozionale, ragione per cui diventa particolarmente significativo aiutare la persona a sviluppare capacità di percepire e regolare i propri stati interni in modo da rimanere all’interno della “finestra di tolleranza”, o perlomeno in una zona di confine, sufficientemente padroneggiabile e al tempo stesso fonte possibile di cambiamento.

Finestra di tolleranza” è un concetto elaborato da Daniel Siegel che si riferisce agli stati di attivazione (arousal) che rappresentino più o meno delle condizioni di agio e di gestibilità da parte delle persone: al di sopra e al di sotto di tale finestra la persona entra in uno stato di iper o ipo attivazione, vissuto come grave minaccia.
Questo tipo di regolazione è definito bottom-up (in contrapposizione alla regolazione top-down): dalle sensazioni, alle emozioni, alla simbolizzazione cognitiva.

Appare quindi chiara l’indicazione di un lavoro corporeo, o l’integrazione del proprio approccio terapeutico con modalità orientate al corpo, per quanto condotto con grandissima cautela e sensibilità, per il trattamento di persone che soffrono delle conseguenze di esperienze traumatiche

L’infant research, a propria volta, ha portato l’attenzione sulle complesse dinamiche relazionali che si attivano sin dai primi momenti di vita, grazie anche agli studi delle interazioni precoci madre-bambino con sofisticate tecniche di ripresa video,
Dal momento che è solo a partire dal secondo anno di vita che si sviluppa e si attiva l’ippocampo, struttura fondamentale per la memoria narrativa, prima di allora la memoria rimane di tipo implicito e quindi radicata nel corpo.
In realtà gli scambi impliciti, cioè che avvengono al di fuori della consapevolezza razionale, si realizzano durante tutto l’arco della vita e rappresentano una percentuale senza dubbio significativa degli scambi relazionali che avvengono tra due persone (compresi terapeuta e paziente/cliente). Due persone in relazione sono quindi costantemente impegnate in processi sia di auto che di etero regolazione, per la maggior parte in modo non consapevole. Come sappiamo, tali scambi possono essere più o meno sintonizzati, in termini di intensità, qualità e ritmo.

Ed Tronik parla di sistema comunicativo-affettivo per descrivere un insieme di espressioni, sguardi, posture, intonazioni vocali e le correlate modificazioni fisiologiche. All’interno di questo sistema i partner della relazione (sia che si tratti di madre e figlio, sia del terapeuta e paziente/cliente) sono impegnati nei rispettivi processi di regolazione emozionale, che avvengono all’interno di un spazio intersoggetivo, e sono costantemente esposti al rischio di “rotture relazionali”. L’esito di una buona relazione madre-bambino, così come di una relazione terapeutica, non sta nella assenza delle inevitabili rotture relazionali, quanto nella capacità del terapeuta (e della coppia terapeutica) di riparare tali rotture.

Beebe e Lackman nel descrivere le micro pratiche corporee che caratterizzano in particolare gli scambi madre-bambino, ma anche tutte le relazioni significative, parlano proprio di meccanismi di matching, mismatching e repair per descrivere rispettivamente la riuscita, la rottura e la riparazione della sintonizzazione. Anche qui, sembra che l’elemento fondamentale di una buona relazione non sia tanto la continuità di sintonizzazione (mediamente circa il 30% del tempo che la madre trascorre con il bambino), quanto piuttosto la capacità della coppia relazionale di riparare i momenti di non sintonizzazione. Tutti questi scambi avvengono primariamente sul piano corporeo e si prestano sia ad una comprensione che ad intervento che metta il corpo al centro dell’attenzione.